[Completato] amico del nemico
ja.lee
3,496 80
ChenChen
Park Jihoon QA


La porta si aprì.

Circa dieci centimetri. Il chiavistello era ancora chiuso.

"……."

"Salve."

"……."

"Io—"

La porta si chiuse.

(Si chiuse.)

Nel corridoio restò solo il tremolio del neon. Jaeha rimase fermo così per una decina di secondi.

"…Ehm."

"Non compro."

"Cosa?"

"Qualunque cosa."

"Non è in vendita."

"Le persone così vendono sempre più di tutte."

Jaeha scoppiò a ridere. Per la prima volta in undici anni, rise in una situazione che non faceva ridere nessuno.

"Lei è Muneire, giusto."

Dall’interno non si sentì alcun rumore.

Poi di nuovo, il suono del chiavistello che si sbloccava.

La stanza 302 era di circa venti metri quadrati.

C’era una finestra, ma era coperta di polistirolo. Più che insonorizzazione, sembrava solo chiusa così. Alle pareti erano attaccate delle vaschette per le uova, e metà di quelle si era staccata ed era stata riattaccata con lo scotch.

Sul tavolo una tastiera synth. Accanto, un’interfaccia audio. Accanto, quattro tazze di caffè. Sembravano tutte di date diverse.

(Qui è uscito quell’album.)

"Non c’è posto dove sedersi."

"Posso anche restare in piedi."

"Allora resti in piedi."

Ire si sedette sulla sedia. Mentre si sedeva, voltò le spalle. Fece finta di guardare il monitor, ma lo schermo era spento.

"Mi chiamo—"

"Lo so."

"…Sì."

"C’è qualcuno che non lo sa?"

Nel tono non c’era spigolosità. Era peggio così. Era solo una voce che diceva i fatti.

"Ho ascoltato l’album."

"Quale."

"《Myeongm》."

La mano di Ire si fermò. Sul mouse.

"…È fuori catalogo."

"L’ho comprato usato."

"Quanto l’ha pagato."

"……."

"Le ho chiesto quanto l’ha pagato."

"220.000 won."

Ire si voltò per la prima volta.

"È impazzito?"

"Sì."

"……."

"Non l’ho comprato io, l’ha comprato il mio manager, ma è ancora arrabbiato."

"Ci credo. Quello costava 12.000 won di produzione."

"Economico, allora."

"Costoso. Ne hanno venduti 500."

Ire si voltò di nuovo.

"E allora? Vuole un autografo?"

"Scriva una canzone per me."

La stanza si fece silenziosa. Si sentì il frigo che girava.

(Questo suono.)

(Il rumore grave di sottofondo del brano 3. Era il frigo di questa stanza.)

"Non lo faccio."

"Le condizioni—"

"Non le ho chieste."

"Perché."

"Jaeha Yun."

Ire girò la sedia. Questa volta del tutto.

"Sapete cosa faccio adesso?"

"……."

"Scrivo canzoni. Una al giorno. Canzoni da idol. Consegno demo, me le bocciano, le riscrivo. Il mio nome non compare. È il contratto."

"Ma non è una cosa negativa. Prendo uno stipendio. 3,2 milioni."

"Quando abbiamo fatto quell’album, io guadagnavo 400.000 won al mese."

"……."

"Sono in tanti a dire che quell’album è bello. Dicono che lo passavano anche alla radio. Ma lo sapete quanti mi hanno contattato dopo quella trasmissione?"

"Due. Uno è Jaeha Yun, l’altro è un consulente assicurativo."

Jaeha non riuscì a dire nulla.

"Quindi andate via. A me non piace parlare di quell’album."

"…Perché."

"Se uno torna dopo dieci anni a dirti che una cosa bella era bella."

"Non è conforto. È una fattura."

Jaeha arrivò fino alla porta.

Poi si voltò.

"La traccia 8."

"……."

"Nella prima battuta della seconda strofa avete sbagliato il testo."

Le spalle di Ire si irrigidirono.

"Avete saltato un’intera battuta ed entrati mezzo tempo in ritardo. Però non l’avete cancellata."

"…Perché non avevo soldi."

"Bugia."

"Che ha detto?"

"Avete fatto il mastering da soli, no? Quello sì, l’avete fatto per mancanza di soldi. Ma rifare la traccia 8 non costa nulla. Basta accendere il microfono e cantarla un’altra volta."

"Non l’avete cancellata."

Ire guardò Jaeha. Per la prima volta, lo vide non come Jaeha Yun, ma come una persona.

"Io non ce la faccio."

"Io ho dodici canzoni, adesso. Sono tutte perfette. Intonazione a posto, pronuncia pulita, c’è il ritornello, e durano 3 minuti e 20 secondi."

"Non riesco a sentirne nemmeno una."

Il neon tremolò. 60 hertz.

"Invidio quell’errore."

"Ecco perché sono venuto qui. Non per comprare una canzone."

"……."

"Mi scusi."

La porta si chiuse.

Scendendo le scale, qualcuno saliva dal basso.

Capelli corti, piumino nero, una busta del minimarket in mano. Era una donna.

La donna guardò Jaeha. Solo gli occhi visibili sopra la mascherina.

"……."

"……."

La donna passò oltre. Dopo aver salito tre gradini si fermò.

"Ehi."

"Sì."

"Veniva dalla 302?"

"…Sì."

"L’hanno bocciato, eh."

"…Sì."

La donna rise. Rise davvero, a voce alta.

"Ovviamente. Quel tizio non ha dato una canzone a nessuno per dieci anni."

"…La dà, però. Ho sentito che ne dà una al giorno."

"Quella è roba che vende."

La donna si sistemò la busta del minimarket.

"Dare e vendere sono due cose diverse."

"Sono Jeong Gyeoul. Ho suonato la batteria in quell’album."

"Lo so."

"Certo che lo sai. Nei crediti ci siamo in due soltanto."

Gyeoul scrutò Jaeha da capo a piedi.

"Quante volte sei venuto?"

"Oggi è la prima."

"Allora ne restano due."

"…Eh?"

"Di solito lo rifiuta tre volte."

Gyeoul finì di salire le scale.

"Però la quarta volta non rifiuta."

"Solo che non c’è mai nessuno che arrivi fin lì."

Si sentì il rumore della porta della 302 che si apriva e si chiudeva.

Jaeha rimase sul pianerottolo.

In tasca aveva una custodia CD incrinata.

(Due volte.)

L’auto era parcheggiata fuori dal vicolo.

Minsuk abbassò il finestrino dal posto di guida. Puzzava di sigaretta. Diceva di smettere da dieci anni.

"Com’è andata."

"Mi hanno bocciato."

Minsuk guardò Jaeha.

E continuò a guardarlo.

"…Cosa?"

"Mi hanno bocciato, ho detto."

"Ehi."

"Sì."

"Stai sorridendo adesso?"

Jaeha stava per aprire la portiera del passeggero, ma si fermò e si toccò la faccia.

(Stava sorridendo.)

"…Eh."

"……"

"Jaeha Yun. Io sono stato al tuo fianco per undici anni."

"In quegli undici anni, non l’ho mai visto essere bocciato una volta."

"Già."

"Però perché ti piace?"

Jaeha non rispose. Salì in macchina. Si allacciò la cintura.

L’auto uscì dal vicolo. Nello specchietto retrovisore, il palazzo di quattro piani senza insegna si fece piccolo.

"Minsuk."

"Eh."

"Il presidente Oh ha detto che quando avevo diciassette anni scrivevo dodici canzoni al mese."

"…È vero."

"Davvero?"

"Davvero. Facevano tutte schifo, ma erano dodici."

Scattò il semaforo rosso.

"Dove sono finite tutte quelle?"

Minsuk guardò davanti a sé, con le mani sul volante.

Il semaforo cambiò. L’auto dietro suonò il clacson. Minsuk non partì.

"…Nel mio magazzino."

Jaeha guardò Minsuk.

"Ti avevo detto di buttarle tutte quando abbiamo svuotato la sala prove. In azienda."

"Ma non riuscivo a buttarle."

L’auto dietro suonò di nuovo il clacson.

"Quelle masterizzate su CD-R. Saranno una trentina. Forse hanno pure la muffa."

"…Perché."

"Dammi."

"Jaeha."

"Dammi, Minsuk."

Minsuk schiacciò l’acceleratore.

"…Pazzo."

Il magazzino di Minsuk era a Gimpo.

Un container. Minsuk impiegò cinque minuti ad aprire il lucchetto. Non era la chiave a non andare, era il lucchetto arrugginito.

"Questo non lo apro da cinque anni."

Quando la porta si aprì, ne uscì aria fredda. Odore di carta e di muffa.

Dentro era buio. Minsuk accese una torcia.

C’erano amplificatori. C’erano stand. Uno stand di piatto rotto. Mazzetti di cavi. E scatole.

"…Tutta questa roba cos’è."

"Quella che c’era nella sala prove."

"Ti avevo detto di buttarla."

"Ho detto che l’avevo buttata, non che l’avrei buttata."

Jaeha toccò l’amplificatore. La polvere gli rimase sulle dita.

Era il suo amplificatore. Comprato a quindici anni. Usato, 180.000 won.

"L’ho trovato."

Minsuk trascinò fuori una scatola di ramen. Il coperchio era piegato e un angolo schiacciato.

Dentro c’erano CD-R fitti fitti. Una trentina. Su ogni custodia, una data scritta con pennarello indelebile.

Jaeha ne tirò fuori uno.

2012.03.11.

(Diciassette anni.)

Minsuk illuminò con la torcia verso il muro.

C’era un poster attaccato. Formato A3. Stampato. L’inchiostro era quasi del tutto svanito, restava solo il blu.

C’era scritto il nome della band.

Gwolgwang.

Sotto, i nomi di quattro persone. Di due di quei nomi, ormai, non si aveva più notizia.

Jaeha guardò quel poster a lungo.

"Jaeha."

"Sì."

"Ti ricordi perché hai smesso?"

"…L’azienda mi ha fatto smettere, no?"

Minsuk abbassò la torcia.

La luce cadde a terra e il volto di Minsuk si fece scuro.

"No."

"…Cosa?"

"Non quello."

Jaeha guardò Minsuk.

Minsuk non guardava Jaeha. Guardava il poster.

"Minsuk."

"…Lascia stare. Va bene."

"Prendi le scatole. Pesano."

Minsuk uscì dal container.

Jaeha rimase un momento lì.

Nel poster, i quattro ridevano. L’immagine era sfocata e i volti sgranati, ma si capiva che stavano ridendo.

(…L’ho smesso io?)

Fu il primo pensiero di Jaeha dopo tredici anni.

Quel pomeriggio, in azienda.

Oh Sangheon era in piedi vicino alla finestra. Non parlava mai seduto.

"Ho fissato la data di uscita."

"…Eh?"

"21 novembre. Ho avvisato il distributore."

Jaeha fece i conti sul calendario. Quattro mesi.

"Non ci sono canzoni."

"Ne hai dodici, invece."

"Non le posso usare."

"Jaeha Yun."

Il presidente Oh si voltò. Aveva ancora la stessa faccia non arrabbiata.

"Dove vai in questi giorni."

Jaeha non rispose.

"Cha Minsuk non me l’ha detto. Per undici anni mi hai detto tutto."

"È la prima volta che ti protegge."

"……."

"Va bene allora."

Il presidente Oh sfogliò i documenti.

"Ti do quattro mesi. Non mi interessa con chi lavori."

"Però, Jaeha."

"Sì."

"Se il 21 novembre l’album non esce."

"Allora lo faccio uscire io con dodici canzoni."

Posò i fogli sulla scrivania.

"A tuo nome."

Jaeha uscì dalla sala riunioni.

Il corridoio era silenzioso. Questo edificio era ben insonorizzato.

(Quattro mesi.)

(Fino alla terza volta ne restano due, e restano quattro mesi.)

Il pomeriggio dopo, a Nonhyeon-dong.

Lo studio della K era l’opposto della 302 in tutto. Largo, luminoso, pieno di gente. C’era una finestra, e da quella entrava la luce del sole.

Ire lavorava in quella stanza da tre anni.

"Ire, questo è venuto davvero bene."

"Grazie."

"L’A&R di quelli ha ascoltato il demo e ha detto sì subito. Non capita mai, eh? Di solito lo bocciano tre volte."

"Menomale."

"Dicono che possa diventare il titolo."

Ire guardò il monitor. C’era la forma d’onda. La forma d’onda che aveva toccato fino alle tre di notte del giorno prima.

"E i crediti?"

K si fermò un attimo.

"…Ire."

"Lo so. Chiedevo e basta."

"Non ti chiederò scusa. Non è educato. È un contratto."

"Sì."

"Non ti ho fregato. Hai letto il contratto e hai firmato."

"Sì. L’ho letto."

K non era una cattiva persona.

Se Ire faceva quel lavoro da tre anni, era proprio per questo. Se fosse stato cattivo, avrebbe smesso subito.

"Ire."

"Sì."

"Ultimamente sei un po’ strano."

"……."

"Quel demo di ieri, il ritornello era attaccato in modo strano. Mancavano otto battute."

"Le ho aggiunte io. Va bene?"

Ire non rispose.

K uscì. La porta si chiuse piano. A differenza di quella della 302, non fece rumore.

Ire rimase solo.

Poi tirò fuori qualcosa dalla borsa.

Una custodia CD incrinata. Il suo album.

Quella che non aveva mai aperto in dieci anni.

(Perché l’ho tirata fuori.)

Ire mise su la traccia 8.

Passò la prima strofa. Arrivò la seconda.

Alla prima battuta, l’Ire di ventiquattro anni sbagliò il testo. Entrò mezzo tempo in ritardo.

Ire premette stop.

(Perché non l’avevo cancellata.)

(…Non lo ricordo.)

Quella era la cosa più spaventosa.

Tre giorni dopo.

Qualcuno bussò tre volte alla porta della 302.

Ire questa volta non guardò dallo spioncino. Sapeva chi era.

Aprì la porta. Sbloccò pure il chiavistello.

"È la seconda volta."

"Sì."

"……."

Jaeha teneva in mano una scatola di cartone. Grande come una scatola di ramen. Gli angoli erano umidi.

"Che cos’è?"

"I miei demo."

"…Eh?"

"Quelli che ho scritto a diciassette anni. Pare siano trentuno canzoni. Non le ho ancora contate."

Ire guardò la scatola. Il coperchio era aperto. CD-R erano in piedi, fitti fitti, e su ogni custodia c’era scritto qualcosa con un pennarello indelebile. Erano date.

"Io ho detto che non li ascolto."

"Lo so."

"Allora perché li hai portati."

"Per lasciarli qui."

"……."

"Se vuole rifiutarli, deve ascoltarli."

Ire rimase per un momento senza parole.

"Che razza di logica è."

"Se li rifiuta senza ascoltarli, allora sta rifiutando me."

"Rifiuti le mie canzoni. È più giusto."

Ire guardò Jaeha.

Un attore che per undici anni non aveva mai fallito. Nessuna opera che non avesse venduto, nessuno scandalo, interviste sempre senza problemi.

E adesso era lì, con in mano una scatola di ramen bagnata, dopo essere salito tre piani di scale, a chiedergli di rifiutare le sue canzoni.

"…Sa di muffa, questo."

"Stava in magazzino."

"Per quanti anni?"

"Tredici."

Ire prese la scatola.

Solo dopo si accorse di averla presa.

"…Ascolterò solo una canzone."

"Basta."

"E la rifiuterò."

"Sì."

"Davvero."

"Lo so."

Jaeha si voltò verso le scale.

"Jaeha Yun."

Jaeha si fermò.

"Perché io?"

Jaeha rimase a lungo in silenzio.

"…Non lo so."

"……."

"È l’unica cosa che non so in questo periodo."

"Per quello sono venuto."

Jaeha scese le scale.

Ore undici di sera.

Ire spinse la scatola sotto la scrivania. Resistette lì per due ore.

Alle 00:40 tirò fuori la scatola.

Estrasse il CD in cima. Sopra c’era scritto con pennarello indelebile '2012.03.11'. Sul retro c’era una macchia di muffa.

Lo mise nel lettore.

Play.

…Pessimo.

La chitarra entrò per prima, ma era scordata. Non per scelta: semplicemente era stonata. La terza corda era più bassa di circa 30 cent.

Il ritmo vacillava. Era chiaro che non avevano usato un click.

Entrò la voce. Diciassette anni.

A un acuto la gola si spezzò. E continuava a spingere sapendo che si stava spezzando.

(Non sa cantare.)

Ire sorrise appena. Senza fare rumore.

E non lo spense.

Arrivò la traccia 2.

La traccia 3.

4, 5.

Le canzoni erano tutte brevi. Nessuna superava i tre minuti. Alcune avevano il ritornello, altre no. Se c’era, era kitsch; se non c’era, era strano.

Alla traccia undici Ire fece nuovo caffè.

Alla traccia diciannove prese una coperta.

Alla traccia ventitré, il Jaeha diciassettenne interruppe la canzone a metà e bestemmiò.

"Cazzo……."

Poi ripartì da capo. Senza interrompere la registrazione.

Ire riascoltò quel punto tre volte.

Ore 3:40 del mattino.

La trentunesima traccia.

Era l’ultima canzone. Ed era un po’ meglio. Solo un po’.

Finì intorno ai 2 minuti e 30 secondi.

Però la registrazione non si interruppe.

La chitarra sparì, e restò solo il rumore dell’aria della stanza. Da qualche parte un neon tremolò. 60 hertz.

E al minuto 2:40, il Jaeha diciassettenne disse:

"…Nessuno ascolterà questa roba."

Si sentì una risata.

Poi la registrazione si interruppe.

Ire restò seduto con la mano sul tasto stop.

Non riuscì a premerlo.

Era la prima notte, in dieci anni, in cui aveva ascoltato fino alla fine il demo di qualcun altro.

(…L’ho ascoltato.)

(Tutte e trentuno le canzoni.)

La finestra era coperta di polistirolo, quindi non si vedeva che fuori si stava facendo giorno.

Stessa notte. Gangbyeonbuk-ro.

Jaeha aveva lasciato lì tutta la scatola.

Tranne un disco.

Quello preso per primo dal magazzino. 2012.03.11. Non aveva detto a Ire di averlo messo in tasca.

Nemmeno lui sapeva perché l’avesse tolto.

In macchina non c’era un lettore CD. Oggi le auto non ce l’hanno. Così Jaeha aveva preso in prestito il vecchio portatile di Minsuk. Con tanto di drive esterno.

Mise il portatile sul sedile del passeggero e si fermò sulla corsia d’emergenza.

Era esattamente lo stesso punto in cui, un mese prima, aveva sentito la canzone di Ire e si era fermato.

(È una coincidenza.)

Non era una coincidenza. Jaeha si ricordava di quel punto.

Inserì il CD. Il drive girò a lungo. Ci voleva tempo per leggere un CD-R di tredici anni.

Play.

Entrò la chitarra.

Era scordata.

Jaeha premette stop dopo tre secondi.

……..

Di nuovo play.

Entrò la voce. La sua voce di diciassette anni.

Si spezzò sugli acuti.

Stop.

Jaeha appoggiò la fronte al volante.

(Perché non riesco ad ascoltarla.)

Play. Stop.

Play. Stop.

Ripeté il tutto una dozzina di volte. Resistette più a lungo per quaranta secondi.

In undici anni aveva visto i suoi film una trentina di volte. Alle anteprime, ai saluti sul palco, nei clip delle premiazioni. Aveva visto la sua faccia migliaia di volte.

Quello non gli faceva nulla.

Perché non era lui.

Ma questo sì. Era lui.

(Non sa cantare.)

(Davvero non sa cantare.)

Poi gli venne un pensiero strano.

(Chissà da quante tracce lo starà ascoltando.)

Guardò l’orologio. Due e dieci di notte.

(No. Non l’avrà ascoltato. Non avrà ascoltato nemmeno una canzone.)

(Ovviamente. Io al suo posto non ascolterei.)

Chiuse il portatile.

Poi lo riaprì.

Play.

Questa volta resistette un minuto e venti secondi.

Poi spense tutto.

L’auto diventò silenziosa. Era un’auto ben insonorizzata, quindi non si sentiva niente. Né il fiume, né le auto che passavano.

Jaeha rimase seduto in quel silenzio per un’ora.

(Trentuno canzoni.)

(E io non ne ho ascoltata nemmeno una.)

Lo seppe soltanto sette ore dopo.

Ore otto del mattino. Si aprì la porta della 302.

Gyeoul entrò con una busta del minimarket. Due triangolini di riso e un caffè.

Ire era seduto sulla sedia, avvolto nella coperta. Il monitor era spento.

"Hai fatto notte?"

"…Sì."

"Canzone?"

"No."

Gyeoul si fermò mentre posava la busta.

Sotto la scrivania c’era una scatola di ramen. Il coperchio era aperto, e metà dei CD-R era scivolata fuori e sparsa per terra.

"Che cos’è?"

"Spazzatura."

Gyeoul ne prese uno. Guardò la data.

"2012? Ehi, ma è prima del nostro debutto."

"…È roba sua? Quella dell’attore?"

"Sì."

"L’hai ascoltata?"

Ire non rispose.

"Ire."

"…Eh."

"Quante canzoni."

"……."

"Quante canzoni hai ascoltato."

"…Tutte e trentuno."

Gyeoul posò il CD.

Poi rise. A voce alta.

"Perché ridi."

"Ehi."

"Perché."

"Tu in dieci anni non hai ascoltato nemmeno i miei demo."

Ire guardò Gyeoul.

"Te li ho dati tre volte. Una nel 2019, una nel 2021, una l’anno scorso."

"Tre volte non li hai ascoltati."

"…Ero occupato."

"Bugia."

Gyeoul trascinò una sedia e si sedette davanti a Ire.

"Sai cosa mi hai detto quando te l’ho dato la seconda volta?"

"…Non ricordo."

"Hai detto: e se fosse bello?"

La mano di Ire si fermò sotto la coperta.

"Hai detto proprio così. E se fosse bello?"

"All’epoca non capivo cosa volesse dire. Ma adesso lo so."

"Se è bello, poi ti viene voglia di farlo."

"E se ti viene voglia, finisci per guadagnare di nuovo 400.000 won."

Ire non disse nulla.

"Adesso sei così, no."

"…No."

"Ire."

"Ho detto di no."

Gyeoul allungò la mano e gli sistemò meglio la coperta.

Ire non si tirò indietro.

"Se hai paura, dilla."

"Quello non è un rifiuto."

Il neon tremolò.

Ire tirò fuori una mano dalla coperta e prese un triangolino di riso. Fallì nell’aprirlo. Fallì anche la seconda volta.

Gyeoul glielo strappò via senza dire nulla e lo aprì lei.

"…Gyeoul."

"Mh."

"Hai ancora quel demo?"

Gyeoul guardò Ire.

"…Sì."

"……."

"Però non te lo do."

"Perché."

"Ho deciso che la quarta volta no."

Gyeoul si alzò e gli mise il caffè davanti.

"Prima chiamalo. Quel tizio."

"E che gli dico."

"Che lo rifiuterai."

"Allora devo rifiutarlo. No?"

Gyeoul uscì.

Ire tenne il caffè in mano a lungo. Finché non si raffreddò.

Ore nove del mattino. Il telefono di Jaeha squillò.

Numero sconosciuto.

"…Pronto."

"L’ho ascoltato."

Jaeha si sedette sul letto.

"…Quante canzoni."

"Trentuno."

Jaeha non riuscì a dire nulla.

"Avevo detto che ne avrei ascoltata una sola, ma è andata un po’ diversamente."

"……."

"E poi."

"Non lo faccio."

Jaeha chiuse gli occhi.

"…Sì."

"È la seconda volta."

"Sì. La seconda."

"……."

La chiamata non si interruppe.

Si sentiva il respiro. Anche dall’altra parte c’era il respiro di qualcuno che era rimasto sveglio tutta la notte.

"Però."

"Sì."

"La traccia 31, al minuto 2:40."

La mano di Jaeha si fermò.

"Dopo la fine della canzone, dove la registrazione non si è interrotta. Lì ha detto una cosa, no."

"Nessuno ascolterà questa roba."

"E poi avete riso."

"……."

"Perché avete riso?"

Jaeha non riuscì a rispondere.

Per undici anni aveva saputo rispondere a ogni domanda. Nelle interviste, alle cerimonie, nei fan meeting. Anche alle domande senza risposta, sapeva dire qualcosa che sembrava una risposta.

Ma adesso non gli veniva fuori nulla.

"Non lo sapete, vero."

"…No."

"Allora va bene."

"Quando saprete rispondere a quella domanda."

Un breve silenzio.

"Tornate una terza volta."

La chiamata si interruppe.

Jaeha rimase seduto a lungo con il telefono in mano.

Dalla finestra si vedeva l’Han. In quella casa ben insonorizzata non si sentiva nulla.

Né il frigo, né il neon.

(Due volte.)

(Ne resta una.)

Solo dopo aver chiuso la chiamata Jaeha capì una cosa.

Non aveva chiesto come quella persona avesse saputo il suo numero.

E anche quella persona non aveva detto perché avesse chiamato.

Non c’è nessuno che telefoni per essere rifiutato.

Il rifiuto basta anche non farlo.

(…La seconda volta.)

(Ne resta una. E la risposta ancora non c’è.)

Jaeha passò l’intera giornata a pensare a quella domanda.

Perché aveva riso.

Lo pensò sul set, nel camerino, mentre si struccava.

Non riusciva a capire perché avesse riso il suo sé di diciassette anni, a trent’anni.

(Rideva di scherno?)

(O era eccitato?)

(Perché aveva fatto trentuno canzoni sapendo che nessuno le avrebbe ascoltate.)

Per rispondere a quella domanda, doveva incontrare il Jaeha diciassettenne.

Ma non ricordava dove fosse andato a finire.

L’avrà portato via l’azienda?

O l’avrà mandato via lui stesso?

La frase che Minsuk aveva iniziato a dire nel magazzino continuava a tormentarlo.

Non quello.

(E cos’altro dovrebbe esserci?)

Quella notte Jaeha chiamò Minsuk per la prima volta. In undici anni era sempre stato Minsuk a chiamare per primo.

"Minsuk."

Dall’altro capo della linea regnava il silenzio.

"La sala prove c’è ancora?"

Anteprima del prossimo episodio

Jaeha torna nella stanza di quando aveva diciassette anni.

La sala prove che nessuno apre da tredici anni. Dentro c’è la risposta.

E quello che Minsuk ha trattenuto nel magazzino, lì viene fuori.

"…Sei stato tu a smettere, Jaeha."

Intanto Ire va a cercare il demo di Gyeoul. Quello che aveva rifiutato tre volte in dieci anni.

Fino alla terza visita, restano quattro mesi.

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